November 5, 2001, Monday
SECTION: INTERNI; Pg. 14
LENGTH: 625 words
""L'intelligenza? E' solo merito di mamma e papa'"" Un neurologo americano: la cultura conta poco, sono i geni che decidono il quoziente
L'INTELLIGENZA si eredita, l'ambiente aggiunge poco. Non fosse pubblicata su una rivista prestigiosa come ""Nature Neuroscience"", questa notizia non verrebbe presa sul serio. Decenni di dibattito natura/cultura - contano di piu' i geni o il mondo in cui si vive? - inclinano infatti verso una preminenza della cultura. Soprattutto quando si parla di cervello. Invece il neurologo Paul Thompson dell'universita' della California, a Los Angeles, va nella direzione opposta: l'eredita' genetica conta moltissimo, sostiene, e si farebbe sentire soprattutto sulla corteccia cerebrale, la parte evolutivamente piu' recente del cervello umano, quella che controlla le attivita' cognitive piu' complesse. Secondo le mappe genetiche del cervello messe a punto dai neurologi americani guidati da Thompson, a essere modellate in massima parte dai geni sarebbero l'area di Broca e quella di Wernike, entrambe localizzate nella corteccia frontale e determinanti nel controllo del linguaggio articolato. La dimostrazione verrebbe da una ricerca condotta dal gruppo di Los Angeles in collaborazione con un gruppo finlandese dell'universita' di Helsinki, su 40 gemelli adulti: 10 monozigoti - derivati dalla fecondazione di un unico uovo - e 10 dizigotici, nati dalla fecondazione di due uova distinte da parte di due spermatozoi distinti. I primi hanno in comune l'intero patrimonio genetico, gli altri soltanto la meta'. I risultati dei test e le immagini ottenute con la risonanza magnetica hanno permesso di mettere a punto delle mappe genetiche tridimensionali del cervello, dalle quali gli studiosi hanno dedotto la parte del leone giocata dai geni nell'influenzare le caratteristiche della corteccia frontale, e quindi le capacita' linguistiche e cognitive. Risultati molto controcorrente, che non mancheranno di far discutere.
Ma per i quali gia' si intravedono applicazioni pratiche che potrebbero renderli piu' palatabili: mappe genetiche per prevedere la suscettibilita' di un individuo a malattie e disordini che colpiscono la corteccia cerebrale. I geni, per quanto si calcolino a decine di migliaia, non bastano per gestire tutte le variabili di comportamenti che si manifestano nell'arco di una vita. Soprattutto quando si tratta di cervello. Negli animali inferiori i circuiti cerebrali sono abbastanza rigidi e l'ambiente li modifica poco: il risultato sono comportamenti stereotipati, che variano poco da un esemplare all'altro. A mano a mano che si sale nella scala evolutiva, contano sempre di piu' le connessioni che si stabiliscono tra i neuroni, sollecitate dall'esterno. Arrivando alle scimmie antropomorfe e all'uomo, c'e' pero' una sorpresa: il numero di geni e' pressoche' uguale. Eppure la complessita' delle due menti non e' paragonabile.
Che cosa fa la differenza? La fanno le connessioni, appunto.
Ogni sensazione, ogni esperienza, ogni evento creano nuove connessioni, che a loro volta ne genereranno di nuove. I circuiti cerebrali dell'uomo sono troppo complessi perche' i geni riescano a pianificarne tutta l'attivita': e' la quantita' di connessioni che, debordante su quella dei geni, gestisce le funzioni intellettive.
Un blocco di marmo amorfo, che prendera' la forma che gli vorra' dare lo scultore. Il cervello e' un po' cosi': i geni sono la massa amorfa, che aspetta l'esperienza come il marmo aspetta lo scalpello. Senza l'esperienza che crea le connessioni, i geni non riuscirebbero a sviluppare tutte le variabili che sono nelle loro potenzialita'. Thompson capovolge questa impalcatura e ricolloca le funzioni intellettive in una cornice di determinismo molto rigida. C'e' da scommettere che lo contesteranno in molti.
LOAD-DATE: November 5, 2001